Dalla diffusione della banda larga al turismo diffuso, dalla promozione delle produzioni agroalimentari a filiera corta alla semplificazione per il recupero dei centri storici in abbandono o a rischio spopolamento. Sono alcune delle misure introdotte dalla legge che salva i piccoli comuni italiani. Il testo è stato approvato in Senato quasi all’uninimità dopo uno stallo di tre legislature in Parlamento.

“Stanziani 100 milioni di euro” – “Il testo risolve le principali difficoltà dei comuni al di sotto dei 5000 abitanti garantendo, per contrastare lo spopolamento, la riqualificazione dei centri storici, la connessione alla banda ultra-larga e l’accesso ai servizi ambientali, scolastici, sanitari, socio-assistenziali, postali, nonché il miglioramento dei trasporti e della viabilità. I 100 milioni di euro stanziati nel Fondo strutturale per la riqualificazione dei piccoli comuni, che saranno gestiti con il Piano nazionale, sono il segno di una inversione di rotta storica e un indirizzo per un nuovo modello di sviluppo per le aree interne, vera forza del Paese”.


“Il piano banda larga ha cambiato la competizione infrastrutturale sulla posa della fibra, anche in ottica 5G. Quindi le telco devono dotarsi di infrastrutture adeguate. Stiamo parlando di reti che non devono semplicemente essere ultraveloci. Ci sono altre dimensioni da tenere sotto controllo e non sono secondarie”. Paolo Campoli, head of Global service provider business per il Sud-Europa di Cisco è sicuro: la rivoluzione delle reti di telecomunicazioni è già iniziata e dalla capacità di innovare dipenderà la tenuta della competitività.

Intervistato da CorCom, il manager del colosso americano, che ha chiuso un accordo con Tim per l’ammodernamento della rete che raccoglie e aggrega il traffico proveniente dagli accessi su linee fisse e mobili e dai collegamenti aziendali, spiega le sfide che attendono il mondo telco, obbligato ad uscire fuori dal mantra della velocità per abbracciare nuove sfide, come l’iperconnettività e la flessibilità. Elementi fondamentali per stare sul mercato e imprescindibili in ottica 5G.

“Prepariamoci a una rivisitazione di tutto l’ecosistema e allo spostamento del valore dalla pura connettività mobile a una piattaforma che consenta di creare soluzioni digitali e use case orientati all’industria”, spiega Campoli che individua in semplificazione, virtualizzazione e automazione il trio magico delle reti del futuro.
Partiamo dal recente accordo per l’ammodernamento della rete di Tim. Su quali punti concentrerete il vostro lavoro? Quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati?

La partnership con Tim sulle reti esiste da tanti anni e dalla fine degli anni ’90 in modo significativo. Il piano banda larga ha cambiato la competizione infrastrutturale sulla posa della fibra e in ottica 5G. Quindi le telco devono dotarsi di infrastrutture adeguate e qua entriamo in gioco noi. Stiamo parlando di scommesse importanti, cioè di reti che non devono semplicemente essere ultraveloci. Ci sono comunque altre dimensioni da tenere sotto controllo e non sono secondarie.

Da un lato l’iperconnettività, cioè tutto quello che riguarda l’Internet of Things su cui Tim vuole giocare un ruolo fondamentale abilitando la trasformazione digitale di settori come l’industria 4.0, il trasporto, l’agroalimentare e altri per accedere a milioni di oggetti connessi. Dall’altro la flessibilità, che è importantissima perché le nuove reti non devono essere disegnate per avere lo stesso tipo di traffico da qui a 10 anni, ma per rispondere a una domanda che cambierà in modo profondo nel corso del tempo.

E con Tim stiamo lavorando su velocità, iperconnettività e flessibilità puntando su una piattaforma capace di apprendere, auto-adattarsi ed essere sicura. Perché una rete così configurata aiuta a portare servizi migliori sia al consumer che alle aziende e alla Pubblica amministrazione. È una sfida di ampia portata che stiamo affrontando fianco a fianco.

In estate avete annunciato una nuova strategia per le infrastrutture di rete che avete chiamato Intuitive Network. Come si declina questo paradigma nel mondo telco?

Ci sono tantissimi elementi di somiglianza fra il paradigma dell’Intuitive Network per il mondo enterprise e l’evoluzione delle reti nel mondo telco. In primis il concetto di reti che auto-apprendono. L’avvento dell’IoT impone il passaggio a modelli più automatizzati, sia nelle policy sia negli aspetti di sicurezza. Non posso aggiornare e collegare una rete di un aeroporto facendo quando arriva una nuova compagnia aerea gestendo il processo in modo meccanico. Questa è un’esigenza che ormai si applica tanto anche ai servizi provider.

L’altro punto chiave riguarda gli analytics. Oggi ci sono molti più dati annegati nelle reti che nei data center. La capacità di estrarli in tempo reale, razionalizzarli e darli in pasto a sistemi di intelligenza artificiale è importante per innalzare il livello di tutta la catena dei servizi, dalla qualità dell’offerta fino al servizio clienti.

Non a caso, una delle grandi scommesse di Telecom è proprio quello di fare streaming analytics, estrarre cioè dati in tempo reale, aggregarli e fare analisi dei trend.

Il terzo pilastro è la sicurezza pervasiva, cioè non solo ai bordi della reta. I motori di intelligence aiutano, ma è necessario pure avere la possibilità di analizzare i flussi criptati in tempo reale e dedurre potenziali violazioni. Allo stesso tempo è fondamentale capire come correlare rete, cloud e IT, per verificare attacchi cyber tramite correlazioni e analisi comportamentale, e rendere intrinsecamente sicuri tutti gli apparati di rete, per bloccare ingressi malevoli da remoti o violazioni dei codici. Far sì che le macchine segreghino il traffico meno sicuro per non farlo andare in rete. La sfida di Cisco è fare dell’Intuitive Network un elemento integrante delle reti dei service provider.

Come si inserisce il tema dell’evoluzione infrastrutturale nel contesto di trasformazione digitale in atto sul mercato delle telecomunicazioni?

Dopo una decade di guerra dei prezzi e perdita del valore a vantaggio degli Over-the-top è in atto un’inversione di tendenza. Sta aumentando la rilevanza dei service provider come fornitori di soluzioni per segmenti verticali. Ci si rende cioè conto che la connettività non è l’unico elemento a valore aggiunto che una telco può offrire a finanza, manifacturing e automotive. L’IoT fa ad esempio dei provider dei nuovi fornitori di sicurezza. C’è insomma un focus importante sulla user experience. Sul fronte consumer il discorso è più complesso e la dinamica più probabile è quella di future aggregazioni telco-media.


Si fa un gran parlare, in questi mesi, di fibra ottica: la domanda degli utenti cresce, le offerte si moltiplicano ed è sempre più accesa la battaglia per la realizzazione delle infrastrutture in fibra. Ma cos’è davvero la connessione in fibra, e in cosa si differenzia dalla connessione ad oggi più comune, l’ADSL?

FUNZIONAMENTO ADSL:
L’ADSL utilizza per la trasmissione dei dati il doppino di rame che collega il domicilio dell’utente alla centrale telefonica; non ha bisogno quindi di infrastrutture nuove per funzionare. Il traffico telefonico utilizza infatti solo una piccola parte della banda passante garantita dal doppino di rame: la tecnologia ADSL sfrutta quella che ‘avanza’, dividendo le frequenze dedicate alla fonia (le più basse) da quelle utilizzate per internet (le più alte).

FUNZIONAMENTO FIBRA:
La fibra ottica trasmette invece i dati tramite dei filamenti di vetro, contenuti all’interno di una guaina, attraverso cui passa un segnale luminoso. Si tratta quindi di una tecnologia che ha bisogno di una sua infrastruttura a parte, che gradualmente si sta diffondendo anche in Italia. Si distinguono almeno quattro diversi tipi di connessione in fibra:

  • FTTH (fiber-to-the-home): i cavi arrivano direttamente all’interno dell’abitazione o dell’ufficio;
  • FTTB (fiber-to-the-building): la fibra giunge fino alla base dell’edificio, percorrendo solo l’ultimissimo tratto con il doppino di rame o altri tipi di cablaggi;
  • FTTC (fiber-to-the-cabinet): il collegamento in fibra si ferma ad una cabina esterna entro poche centinaia di metri dall’edificio servito;
  • FTTN (fiber-to-the-node): un lungo tratto del percorso resta in filo di rame, perché i cavi in fibra arrivano fino allo Stadio di linea della rete telefonica, cioè in genere a diversi chilometri dal cliente.

DIFFERENZE TRA ADSL E FIBRA:
La differenza più importante tra le due tecnologie è nella velocità di trasmissione: il cavo di rame riesce infatti a garantire una velocità massima di circa 20 mega, mentre la fibra ottica può potenzialmente arrivare addirittura ad 1 Giga in download.

Bisogna poi considerare come i cavi in fibra siano in generale più affidabili e resistenti: a differenza dei doppini di rame, infatti, non sono quasi per nulla influenzati da interferenze elettromagnetiche, condizioni atmosferiche avverse, variazioni di temperatura.

Per le esigenze attuali di una famiglia media una buona linea ADSL è comunque ancora più che sufficiente per garantire una navigazione stabile e veloce; l’ADSL oltretutto gode di una diffusione molto più capillare sul territorio nazionale, ed è in genere più economica della sua concorrente in filamenti di vetro. Ciò detto, non ci sono dubbi: velocità ed efficienza fanno della fibra è la tecnologia del futuro.


Sarà la Cassazione a dare un impulso alla installazione dell’impianto multiservizio negli edifici? Il sito Edilportale.com ha infatti pubblicato la settimana scorsa la notizia relativa alla sentenza della Cassazione 20214/2017 secondo cui l’impresa di costruzioni «è responsabile dei vizi presenti nel progetto che è chiamata a realizzare». L’articolo spiega che in base a questa sentenza «ogni soggetto deve rispettare le regole della propria attività». Oltre a questo, se, in base alle competenze di cui è in possesso, si accorge di vizi o errori presenti nel progetto, ha l’obbligo di denunciarlo e farlo presente al committente. La situazione non cambia se il soggetto che realizza l’opera non si accorge degli errori pur avendo le competenze necessarie per farlo. Anche in questo caso è considerato responsabile degli errori commessi nella realizzazione dell’opera». E «se non lo fa, paga un risarcimento».

Insomma, e in ogni caso, è chi realizza l’opera ad esserne responsabile. E tra le regole dell’attività dei costruttori rientra anche l’Art. 135-bis del T.U dell’Edilizia che sancisce che «gli edifici di nuova costruzione e le opere di ristrutturazione profonda per cui le domande di autorizzazione edilizia sono presentate dopo il 1 luglio 2015 devono essere equipaggiati con una infrastruttura fisica multiservizio passiva interna all’edificio e di un punto di accesso». Al cui proposito il notaio Nicola La Gioia intervenuto nello Smart Building Roadshow del 2016 affermò: «Sottolineo che il legislatore ha parlato di “obbligo” non di possibilità».

E se, come ha scritto la funzionaria del MISE, Donatella Proto, «Va sottolineato come sia evidente che il quadro normativo delineato dal legislatore sin dal 2002 … sia poco noto e quasi del tutto inattuato», appare altrettanto evidente che la sentenza della Cassazione possa contribuire alla sensibilizzazione verso l’obbligo di legge dell’impianto multiservizio presso il settore dedicato alle costruzioni edilizie. La minaccia di pagare il risarcimento sarà un fattore determinante affinché la legge venga osservata in modo corretto?